ANTROPOLOGIA




«Antropologia» http://www.sapere.it/enciclopedia/antropolog%C3%ACa.html significa allora studio del genere umano.
L’antropologia studia il genere umano dal punto di vista culturale. Studia cioè le idee e i comportamenti che sono caratteristici degli esseri umani che vivono in società fra loro lontane nello spazio e nel tempo, e diverse per tradizioni, costumi e stili di vita.
Per trovare tracce degli inizi dell’antropologia a noi più vicine bisogna guardare al Quattrocento e al Cinquecento, all’Umanesimo, al Rinascimento e soprattutto ai dibattiti che seguirono alla scoperta dell’America (1492).
La scoperta e la conquista del Nuovo Mondo allargarono enormemente gli orizzonti delle conoscenze e fecero nascere nuove domande non solo sulla natura animale e vegetale lì molto diversa rispetto all’Europa, ma anche sugli esseri umani, sulla storia e sulla religione.
Le descrizioni dei costumi e delle istituzioni sociali dei popoli lontani dall’Europa divennero sempre più numerose, ma non rientravano in un vero e proprio progetto scientifico riconoscibile
come «antropologico».
Fu in questo clima culturale che, nel corso del Settecento, alcuni studiosi della natura cominciarono a elaborare una teoria sull’unità del genere umano, come unica specie costituita da individui potenzialmente dotati delle stesse facoltà mentali.
gli antropologi si sono distinti dai colonizzatori per la volontà di stabilire rapporti di reciproca comprensione con le popolazioni da loro studiate.
Lo studio delle istituzioni sociali e politiche, dei riti, delle credenze religiose, delle tecniche di fabbricazione dei manufatti, dell’arte dei popoli lontani e ‘diversi’ da quelli europei o d’origine europea ha costituito l’oggetto privilegiato dell’antropologia.
Oggi gli antropologi studiano tanto le popolazioni urbane dei Paesi extraeuropei quanto quelle della stessa Europa e del Nord America, i popoli nomadi dell’Asia, i minatori delle Ande e i gruppi di
adolescenti delle aree urbane delle città dei Paesi economicamente sviluppati.
essi si avvalevano delle testimonianze di viaggiatori, missionari, esploratori, militari e funzionari coloniali. Gli antropologi cominciarono, infatti, a recarsi personalmente presso i popoli che volevano studiare, dando inizio a una nuova epoca nella storia dell’antropologia.
Alla base della pratica antropologica c’è sempre dunque un contatto diretto con le popolazioni di cui si parla.
Le informazioni su che cosa fare e come farlo gli dovranno essere comunicate, infatti, dai suoi simili.
Questa scelta dipende da ciò che il gruppo in cui cresce o, come si dice, viene educato, gli insegna tra le tante possibili scelte che altri gruppi hanno fatto per sé.
Al contrario, l’essere umano è indirizzato a certi pensieri e a certe azioni dai simili che gli stanno intorno, perché deve anzitutto adottare modi di comportarsi e di ragionare che siano riconoscibili dagli altri.
L’antropologia però, oltre che studiare la diversità delle idee e dei comportamenti, cerca anche di mettere in luce: a) il loro significato all’interno del mondo in cui comportamenti e idee si presentano e poi b) quanto vi è di comune o affine tra essi e quelli di altri mondi entro cui vivono altri gruppi umani.
la cultura è un complesso di idee e di comportamenti organizzati in modelli acquisiti, tramandati, selezionati, e largamente condivisi dai componenti di un gruppo, e mediante i quali questi ultimi si accostano al mondo, sia in senso pratico che mentale.
la cultura presenta una tendenza all’organizzazione interna, e questa organizzazione, si attua attraverso quelli che gli antropologi chiamano modelli culturali.
I modelli culturali sono ciò che guida i nostri atteggiamenti, pratici e mentali.
I modelli culturali sono correlati al comportamento e viceversa.
«Acquisiti» significa che non si trovano nella nostra mente quando veniamo al mondo, ma che sono appresi, interiorizzati, attraverso
l’educazione.
Gli esseri umani sono sottoposti, a un processo di ‘educazione permanente’. 
«Tramandati » vuol dire che i modelli vengono trasmessi non solo da un individuo all’altro, da un gruppo a un altro, ma da una generazione a un’altra.


 La cultura secondo Malinowski

 Bronislaw Malinowski, uno dei più celebri antropologi del Novecento, fu uno dei più grandi sostenitori della teoria secondo la quale per studiare una comunità bisognava abitare nel luogo per un lungo periodo, sarebbe inoltre stato meglio se la comunità fosse stata di piccole dimensioni, composta quindi da pochi abitanti in modo da poterli studiare più da vicino. Egli, agli albori della prima guerra mondiale, ottenne il permesso di recarsi in Nuova Guinea al fine di studiare gli abitanti delle isole Trobriand. Nonostante le difficoltà da lui incontrate in tale percorso, Malinowski tentò di instaurare un rapporto il più possibile confidenziale con gli indigeni, cercando di rapportarsi a lui seguendone le attività, i riti, i comportamenti e il rapporto con la vita.

Tale studio ebbe un riflesso importante sul concetto di cultura di Malinowski: egli iniziò infatti a parlare di società "integrate funzionalmente" nelle quali istituzioni, diritto, miti ed economia non sono fattori a se stanti bensì sono tutti aspetti fondamentali per il funzionamento della società. Per avere una visione complessiva della vita era quindi necessario prendere in considerazione tutti gli aspetti sopracitati.


Malinowski all'interno della sua opera "Teoria scientifica della cultura", definisce la cultura come un "tutto integrale" consistente in diversi fattori: questa è infatti composta da simboli, valori, concetti, relazioni sociali, politiche ed economiche. Inoltre la cultura è secondo Malinowski un apparato strumentale in parte materiale, in parte umano e in parte spirituale e consiste in una serie di risposte a necessità di adattamento ambientale. 
Partendo da questo presupposto Malinowski sviluppa un'ulteriore teoria legata questa volta alla magia: quest'ultima viene analizzata dallo studioso come una risposta emotiva ad una situazione non controllabile. La tradizione magica è per Malinowski uno strumento per sottoporre a controllo umanola realtà esterna nella totalità dei suoi aspetti: egli rifiuta inoltre la teoria di Frazer secondo la quale la magia era una forma primitiva di conoscenza scientifica, una pseudo-scienza.
 Margaret Mead
Margaret Mead fu un'allieva di Boas che si concentrò principalmente sui popoli del pacifico tra i quali in primis i Samoani sui quali nel 1928 pubblicò anche un libro. Il libro tratta specificatamente della percezione dell'adolescenza nella cultura samoana: questa non è vista come età difficile né dai ragazzi né dai genitori, cosa invece impensabile negli Stati Uniti. Mead arrivò dunque alla conclusione che i problemi adolescenziali non fossero dovuti alla crescita fisiologica bensì che derivassero da un'educazione sbagliata e dall'imposizione di modelli sociali scorretti e inadeguati.
Mead inoltre si pose come 

Mead inoltre si pose come ambasciatrice dei diritti dei popoli e si impegnò a far conoscere l'antropologia e i suoi studi anche ad un pubblico di non esperti.

 Ruth Benedict
 Franz Boas
Franz Boas sosteneva che la storia di una cultura non potesse essere studiata in modo generico bensì ognuna nello specifico. Egli divenne infatti conosciuto per il particolarismo storico.
Boas aveva infatti riprovato questa sua teoria in seguito ad alcune 

Boas aveva infatti riprovato questa sua teoria in seguito ad alcune ricerche svolte alla fine dell'Ottocento tra la popolazione degli Inuit, ossia gli eschimesi. Egli costituì sicuramente una delle personalità più importanti nel campo antropologico. in quanto diede vita ad una famosa scuola presso l'Università Columbia di New York che venne frequentata da molti grandi nomi dell'antropologia.
Boas, inoltre, si battè a lungo

Boas, inoltre, si battè a lungo contro il razzismo sostenendo che i migranti, per esempio, per quanto poveri e spesso analfabeti, non sono razzialmente inferiori.
Inoltre si pose contro al darwinsimo sociale tramite battaglie antirazziste e antidiscriminatorie.

Inoltre si pose contro al darwinsimo sociale tramite battaglie antirazziste e antidiscriminatorie.





Ruth Benedict ebbe una formazione simile a quella di Boas e si specializzò nello studio degli indiani dell'America settentrionale. Presentò un nuovo concetto di cultura, eliminando da questa tutto ciò che non fosse simbolico: l'importanza veniva infatti data soprattutto a pensiero, al modo di esprimerlo, alle parole e al comportamento. Secondo Benedict una cultura è perciò un insieme di simboli e idee, che interconnessi tra loro, conferivano a una cultura alcune precise caratteristiche differenti da altre. Ogni cultura è quindi unica nel suo genere in quanto frutto dell'interconnessione di comportamenti e idee che la rendono speciale e particolare. Essa è un modello a se stante: idee, valori e comportamenti producono infatti configurazioni sempre diverse( da qui il nome della teoria di Benedict, appunto configurazionismo).


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